Archive for febbraio, 2009

La forza del VoIP è il P2P

Nei giorni scorsi hanno suscitato un certo scalpore due notizie strettamente correlate. La prima è che la mafia ha (finalmente?) scoperto Skype come strumento di comunicazione sicuro e non intercettabile:

Su Skype il boss è imprendibile

La seconda è che il Ministro dell’Interno Robero Maroni vuole finanziare un team di esperti per trovare un modo di intercettare Skype:

Una task force per intercettare Skype – Maroni: “Troveremo la soluzione”

Questa sua iniziativa è poi stata ripresa dalla Commissione Europea:

L’Europa vuole le chiavi di Skype

Ma, allora, Skype può essere intercettato o no? E se può essere intercettato, allora questo vuol forse dire che la privacy è destinata a soccombere di fronte alla “ragion di stato”?

Le mani dell’FBI sul VoIP
Chiariamo subito che l’Onorevole Roberto Maroni non è né il primo né l’unico ad avere chiesto di rendere intercettabili i sistemi VoIP. In USA, ai tempi di Bush è stata presentata una proposta di legge (più esattamente una delibera di FCC) che prevedeva esattamente la stessa cosa:

Appeals court upholds Net-wiretapping rules
Perspective: FCC schizo on DSL, wiretapping
Feds fund VoIP tapping research

In pratica, si chiedeva a Skype di inserire una backdoor sui propri server (e forse anche sui client) per permettere alla polizia di intercettare le chiamate. Come potete vedere da questi articoli, tuttavia, intercettare i sistemi VoIP si è rivelato tutt’altro che facile, anche con l’aiuto della legge. Skype stessa ha spiegato come stanno le cose all’FBI:

Skype: We can’t comply with police wiretap requests

E, in effetti, in Germania la polizia ha proposto addirittura di sviluppare un trojan di stato (!!) per intercettare Skype, proprio a causa della impossibilità di usare altri mezzi, più affidabili e più tradizionali:

Germania, subito trojan di stato nei computer 
Intercettare Skype è possibile, in Germania

Le ragioni di questa difficoltà sono due:

1) Il traffico Skype è crittografato (RSA + AES, funzionalità non disabilitabile).
2) Il traffico di Skype scorre su una rete P2P che non è sotto il controllo di nessuno, nemmeno di Skype stessa.

A questo punto, possiamo esaminare questi due aspetti e cercare di capire fino dove si possono spingere i governi, le magistrature e le polizie nel loro tentativo di intercettare il traffico VoIP (non solo quello di Skype, come vedremo).

Decrittare il traffico
Decrittare il traffico di Skype con un attacco “a forza bruta” è impossibile. Skype usa due sistemi di cifra noti come RSA e AES (Advanced Encryption Standard, noto anche come Rijndael) che sono notoriamente molto robusti (“military grade”). L’implementazione di questi sistemi fatta da Skype è segreta ma si pensa che sia priva di falle significative (almeno di quelle non intenzionali). Vedi al riguardo:http://en.wikipedia.org/wiki/Skype_security.

Nel corso degli anni sono state scoperte alcune falle nel software di Skype ma fino a questo momento nessuna di queste ha mai permesso di ascoltare abusivamente una conversazione cifrata tra due persone. Si trattava infatti di falle che permettevano di usare il software client di Skype per installare del malware sul PC dell’utente. Questo è un tipo di vulnerabilità decisamente grave ma che comunque non mette a rischio la riservatezza della comunicazione in modo diretto. Le falle note sono già state chiuse o sono in procinto di esserlo.

Un altro tipo di vulnerabilità dei sistemi VoIP è stato denunciato nei mesi scorsi da New Scientist e ripreso da Bruce Schneier:

Compressed web phone calls are easy to bug
Eavesdropping on Encrypted Compressed Voice

Si tratta però di una vulnerabilità minore che affligge solo alcuni sistemi e solo in alcuni casi. Oltrettutto, questo tipo di intercettazione funziona solo se la conversazione avviene in un ambiente poco rumoroso e usando una lingua per la quale esista un dizionario di confronto (in pratica solo l’inglese).

Piuttosto, esiste il fondato sospetto che il software di Skype includa un sistema di intercettazione che Skype stessa può utilizzare a proprio piacimento (vedi sempreWikipedia). Sembra che questo sistema sia stato usato in Cina, su richiesta del governo locale. Non è possibile sapere come stiano realmente le cose a causa del fatto che il software di Skype viene distribuito solo in formato binario (compilato). Per questa ragione, coloro che temono per la propria riservatezza, spesso preferiscono usare sistemi diversi da Skype, possibilmente di tipo Open Source.

In ogni caso, Skype è solo la punta dell’iceberg. Là fuori ci sono già altri sistemi VoIP (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Confronto_tra_software_di_VoIP). Alcuni di essi forniscono già delle funzionalità crittografiche ed altri lo faranno sicuramente nei prossimi anni. Tra quelli che ricordo, posso citare:

http://www.minisip.org/
http://en.wikipedia.org/wiki/KPhone
http://en.wikipedia.org/wiki/QuteCom (dalla 2.1 in poi)
http://www.sip-communicator.org/index.php (“planned”)

Imporre una backdoor
L’alternativa proposta dall’FBI americana, ripresa in seguito dall’Onorevole Maroni e poi dalla Comunità Europea, consisterebbe nell’imporre ai produttori di software di installare una backdoor segreta nei loro programmi (sui server e/o sui computer usati dagli utenti). Questa strada è chiaramente impraticabile almeno per i seguenti motivi.

1) Sarebbe impossibile imporre il rispetto di questa legge al mondo del software Open Source. Dato che sono disponibili i sorgenti di questi programmi, chiunque potrebbe esaminare il programma, rimuovere la backdoor, compilare il programma ed installarlo. Non c’è alcun modo di impedirlo.
2) Sarebbe impossibile imporre il rispetto di questa legge anche ai produttori di software che operano al di fuori del nostro territorio. Si tenga presente che una software house può facilmente spostare la propria sede sociale in un paese “amico” senza dover spostare nulla che abbia consistenza fisica (molti programmatori lavorano già adesso da casa usando Internet). Lo ha già fatto, per esempio, Napster per sfuggire alla legislazione americana. Skype stessa ha scelto di avere sede in Lussemburgo, dove la legislazione le è più favorevole.
3) I programmi che non rispettano questi limiti di legge diventerebbero rapidamente gli unici ad essere realmente utilizzati dagli utenti. Le aziende che si attengono agli obblighi di legge sarebbero costrette a chiudere.
4) Sarebbe comunque impossibile impedire lo “spaccio” di programmi che non rispettano questa imposizione di legge. Sono dieci anni che tutto l’Occidente tenta di impedire lo spaccio dei file MP3 senza riuscirci. Non c’è motivo di pensare che avrebbe miglior fortuna con il software VoIP “pirata”.

Usare un trojan
Una volta stabilito che non si può installare una backdoor sui programmi “alla fonte”, si potrebbe tentare di installarla “sul campo”, usando un worm od un trojan horse come vettore. Questo è esattamente ciò che avrebbe voluto fare (o che ha realmente fatto) la Polizia tedesca. Si tratta, in pratica, di infettare i computer degli utenti e di installare su di essi, ad insaputa dei proprietari, una pericolosissima backdoor. Anche questa strada, però, è chiaramente impraticabile. Le ragioni sono le seguenti.

1) Molti sistemi sono immuni dalle infezioni. Linux, BSD, MacOS X, OpenSolaris ed altri sistemi operativi sono immuni da virus, worm ed altri tipi di malware. Firefox, Thunderbird, OpenOffice e molti altri programmi applicativi di uso comune sono immuni da virus ed altri tipi di infezione. L’unico modo di propagare una simile infezione in modo affidabile consiste quindi nell’usare il client stesso dell’applicazione VoIP (cioè il programma installabile di Skype ed i suoi concorrenti).
2) Si possono però sempre sviluppare nuovi client che usano le vecchie reti VoIP o sistemi completamente nuovi. In questo modo, un virus che potesse attaccare Skype sarebbe inefficace contro un nuovo client per Skype o contro un sistema del tutto diverso, come Gizmo o OpenWengo.
3) Ci sono sempre gli antivirus. Bisognerebbe quindi convincere i produttori di antivirus ad “ignorare” il trojan di stato e la relativa backdoor. Questo però creerebbe una pericolossima falla di sicurezza per tutto il sistema.
4) Se un malintenzionato riuscisse a prendere il controllo dei PC degli utenti usando la backdoor installata dal trojan di stato, avrebbe accesso incondizionato a tutti i PC del paese (compresi quelli dell’Esercito, della Polizia, del Governo,etc.).

Proibire la crittografia
Qualche senatore americano è persino arrivato a chiedere che venisse proibito l’uso di strumenti crittografici da parte degli utenti privati. Questa strada è però impraticabile almeno per i seguenti motivi.

1) La crittografia è indispensabile per proteggere le applicazioni finanziarie (home banking, online trading, i sistemi di pagamento dei siti di e-commerce, etc.) ed altri tipi di applicazioni critiche (i sistemi esposti al pubblico dal Governo e dai suoi enti, per esempio). Non può essere completamente abolita.
2) Bisognerebbe controllare quello che fanno milioni di utenti con centinaia di programmi diversi in migliaia di applicazioni diverse. Chi dovrebbe farlo? Chi paga? Che succede alla privacy?
3) Scrivere software crittografico e/o applicare uno strato di software crittografico ad un sistema VoIP è ormai una operazione alla portata di moltissimi programmatori. Bisognerebbe controllare anche questi.

Proibire le reti P2P
Inoltre, proibire l’uso della crittografia sarebbe comunque inutile senza proibire l’uso di reti P2P. Questo perchè le reti P2P possono essere indipendenti da Internet e dalle reti telefoniche, come avviene per CuWINFONNetsukuku ed altre. Possono anche essere reti “chiuse” e riservate, cioè Friend-to-Friend (F2F). Le reti P2P possono quindi sottrarsi a qualunque controllo, come ben sanno gli aficionados di eMule. Se non si può avere accesso ad uno dei computer della rete, è impossibile intercettare il traffico.

I governi di quasi tutto il mondo e le associazioni che difendono gli interessi dei detentori dei diritti come RIAA, MPAA stanno portando avanti una guerra spietata alle reti P2P da almeno dieci anni. Nonostante questo, le reti P2P producono tuttora la stragrande maggioranza del traffico su Internet. Non credo che sia necessario dire nient’altro per dimostrare quanto sia impari la lotta tra il P2P e i suoi avversari.

Se nessuno è mai riuscito finora a bloccare il traffico P2P, pur potendo contare su mezzi non indifferenti, come si può pensare che qualcuno ci possa riuscire in futuro?

Rassegnarsi
All’Onorevole Roberto Maroni ed alla Commissione Europea non resta che rassegnarsi: il VoIP cifrato è qui per restare. Skype è solo la punta di un iceberg. Ci sono già altri sistemi VoIP cifrati e molti altri ne arriveranno sul mercato in futuro. Molti di questi saranno impossibili da intercettare ed alcuni lo sono già adesso. Non c’è niente da fare.
Non solo: a fianco dei sistemi VoIP cifrati si stanno diffondendo anche i telefoni cellulari cifranti, come quelli di CasperTech.

In futuro sarà difficilissimo, forse impossibile, intercettare le comunicazioni telefoniche delle persone che sanno di avere qualcosa da nascondere. Sarà così indipendemente dalla quantità e dalla qualità di leggi, di mandati giudiziari, di poliziotti e di dispositivi che si potranno mettere in campo. Sarà necessario trovare altre strade, come le intercettazioni ambientali (vedi: “Introduzione Alle Intercettazioni Telefoniche, Ambientali ed Informatiche”).

Se questo sia un bene od un male, non sta a me dirlo. Quello che vi posso dire è che sarà comunque inevitabile.

di Alessandro Bottoni tratto da PuntoInformatico

Scoperto pericoloso bug in Adobe Reader

E´ emerso un nuovo pericoloso bug di sicurezza, etichettato come critico, legato ad uno dei più noti software di Adobe, ovvero Adobe Reader (o Acrobat nelle precedenti versioni) necessario per la lettura dei file PDF. Tutti i computer con Windows XP SP3 e Adobe Reader versione 8.1.3 o 9.0.0 installato sono potenzialmente a rischio infezione. Il malware può essere iniettato attraverso la falla che, secondo gli esperti di sicurezza, rende vulnerabili anche macchine equipaggiate con Windows Vista, Linux e Mac OsX.
I sistemi vengono infettati in seguito all´apertura di un file PDF appositamente creato che installa un trojan noto come Gh0st RAT. Questo a sua volta crea un server remoto dal quale far partire ulteriori attacchi. La falla permette di utilizzare un codice Javascript per eseguire tutte le operazioni all´insaputa dell´utente.
Adobe ha confermato la presenza del problema ed ha promesso di rilasciare un aggiornamento per l´11 marzo prossimo. Gli attuali software antivirus dovrebbero già includere la protezione contro questa tipologia di virus ma nonostante questo è raccomandabile la disattivazione del supporto Javascript da Adobe Reader, almeno fino al prossimo aggiornamento.
tratto da http://www.dinoxpc.com

Cracker in azione su Xbox Live

xbox_live_300_225994mSe l’importante è partecipare, un numero non indifferente di giocatori che si intrattiene sul network Xbox Live non lo sa e vuole vincere a tutti i costi. In caso di sconfitta, poi, la reazione può essere rabbiosa al punto da ipotizzare una vera e propria rappresaglia nei confronti del vincitore, con il gioco che si trasforma in azione di cracking e sconfina nella violazione dei termini di utilizzo della rete con relativo ban da parte di Microsoft.

Il fenomeno è in pieno boom da tre, quattro settimane a questa parte rivelano gli esperti, e i suoi potenziali effetti negativi sull’intera esperienza “Live” della console ad alte prestazioni più venduta hanno spinto Redmond a investigare la faccenda da vicino. Anche se in realtà il problema appare strutturale e non si può fare molto per inibire completamente le rappresaglie dei frustrati da incapacità videoludica.
I cracker, o chi a essi si rivolge per “farla pagare” a un avversario più capace con i competitivi videogame on-line, sfruttano ovviamente il fatto che ogni Xbox connessa in rete si comporta esattamente come qualsiasi PC client, facendosi riconoscere e comunicando con le altre Xbox e il network Live stesso attraverso un indirizzo IP univoco attribuito secondo i dettami dello standard TCP/IP.
Una volta compresa questa semplice verità strutturale, è relativamente facile, per chi è motivato e ne ha le conoscenze, scagliare ogni genere di attacco contro quell’IP specifico, inclusi tentativi di DDoS e flooding di dati per buttare fuori da Live una macchina o un intero gioco che da essa dipenda.
Molte delle contese sul network di Xbox sono infatti ospitate dagli stessi giocatori, punto di forza e al contempo debolezza intrinseca di un sistema che si presta ad abusi da parte di chi è capace di recuperare, attraverso tecniche di packet sniffing che prevedono il collegamento di un PC alla console per usare tool appositamente programmati, il famigerato indirizzo IP della macchina che si vuole attaccare.
La fame di vendetta degli sconfitti del joypad ha generato anche un mercato clandestino di tool ammazza-IP, dove con 20 dollari o meno ci si fa installare o si porta a casa tutto l’occorrente per beffare chi è più bravo a giocare ma non può proprio difendersi da attacchi mirati a mezzo IP.
Con l’acuirsi del fenomeno è arrivata la risposta ufficiale di Microsoft, ma questa non offre molte speranze a chi è costretto a subire le angherie antisportive di hacker e frustrati da impotenza videoludica: “Questo problema non è connesso al servizio Xbox Live – avrebbe dichiarato l’azienda di Redmond – ma alla connessione Internet del giocatore. L’hacker potrebbe anche provare a disturbare altre attività di rete, come lo streaming video o il browsing web, usando gli stessi tool”.
Quel che Redmond può certamente fare è rendere chiaro il fatto che “questa attività malevola viola i Termini di Utilizzo di Xbox Live, e porterà al ban dalla rete e ad altre azioni appropriate al fatto”. Contro i cracker e gli script kiddie antisportivi che abusano di Internet sulle home console l’arma migliore rimane la deterrenza.
di Alfonso Maruccia tratto da PuntoInformatico

L'Europa vuole le chiavi di Skype

La faccenda delle intercettazioni via Skype non è più una questione solo italiana. Ora anche l’Unione Europea è stata investita del problema, e l’agenzia Eurojust ha avviato un’indagine formale per stabilire quali siano i mezzi giuridici e tecnici necessari per implementare un meccanismo di wiretapping analogo a quello già esistente per la telefonia fissa e mobile tradizionale.
“Dietro richiesta della Direzione Nazionale Antimafia di Roma – si legge in una nota – la rappresentanza italiana presso Eurojust giocherà un ruolo fondamentale nel coordinamento e nella cooperazione per l’investigazione nell’utilizzo dei sistemi di telefonia internet (VoIP), quale Skype”. L’agenzia, prosegue poi il comunicato, sarà a disposizione degli organi giudiziari dei paesi membri per “superare gli ostacoli tecnici e giuridici all’intercettazione dei sistemi di telefonia internet, tenendo conto delle differenti regole per la protezione dei dati e il diritto alla privacy”.
L’iniziativa in sede UE segue di poche ore quella analoga del ministero degli Interni italiano, che aveva dato vita la scorsa settimana ad una “task force per decriptare le informazioni che viaggiano su Skype”, su mandato diretto del titolare del dicastero, il ministro Roberto Maroni. Una task force interforze, nata con “l’obiettivo di ricercare soluzioni tecnologiche e normative per rendere fruibili ai fini investigativi e giudiziari le intercettazioni telematiche”.
Al Ministero sembrano dunque preoccupati dell’utilizzo che di queste tecnologie possono fare i malviventi. Un pensiero condiviso dalla rappresentate italiana presso Eurojust, Carmen Manfredda, che ha spiegato come “la possibilità di intercettare la telefonia internet sarà uno strumento essenziale nella lotta contro il crimine organizzato internazionale, all’interno dell’Europa e oltre”. Lo scopo di questa iniziativa comunitaria “non è impedire agli utenti di giovarsi di queste tecnologie, ma di prevenire che i criminali utilizzino Skype e altri sistemi per organizzare le loro azioni illegali”.
La questione della cifratura del protocollo Skype è tuttavia complessa. Lo scorso anno, la Cina aveva fatto sapere di aver iniziato l’intercettazione di tutte le chat testuali effettuate attraverso il programma di instant messaging di proprietà di eBay. Dalla vicina Austria, inoltre, era giunta notizia che l’indecifrabile cifratura delle telefonate non fosse poi così indecifrabile: sarebbe bastato chiedere le chiavi al produttore per ottenere gli stessi servizi già oggi possibili su altri tipi di protocolli e protezioni numeriche.
In ogni caso, la sede legale di Skype Technologies – vale a dire chi detiene il marchio e la tecnologia di Skype – è e resta in Lussemburgo: sebbene il piccolo stato sia membro dell’Unione Europea sin dalla sua fondazione, il suo ordinamento giuridico peculiare al momento sembra tenere fuori dalla portata degli altri paesi la riservatezza delle chiacchiere fatte a mezzo del programma. A meno, naturalmente, di diversi accordi in tal senso. Skype ha già fatto sapere che, da parte dell’azienda, c’è tutto l’interesse a collaborare.
di Luca Annunziata tratto da PuntoInformatico

The Pirate Bay, prima settimana in tribunale

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Cinque giorni di dibattimento e le cose si fanno più chiare. La strategia della accusa, ormai chiara, è quella di dimostrare l’interesse economico dei fondatori di The Pirate Bay nello sviluppare un sito di successo. Quella della difesa, altrettanto adamantina, mira a far comprendere la natura dell’organizzazione della Baia e il ruolo svolto dai propri assistiti. Il risultato è qualche baruffa e molte chiacchiere: fino a questo punto, di cifre ha parlato soprattutto Peter Sunde.
È stato proprio lui, in arte BrokeP, ad essere protagonista di buona parte del quinto giorno di lavori (venerdì) in aula. Ha risposto alle domande degli avvocati dell’accusa, ha presentato delle cifre di una statistica da lui rilevata sul tracker di TPB, è stato suo malgrado protagonista di una sorta di rievocazione “di un episodio alla Perry Mason”, così ha definito il suo avvocato il tentativo del rappresentate degli attori, Hakan Roswall, di introdurre nuove prove nel corso del dibattimento. Tentativo che ha costretto il giudice a sospendere l’udienza, invitando Roswall a presentare subito eventuali altre prove: in totale, una decina circa di articoli di giornale.
Da parte sua, come detto, Sunde ha diffuso i dati di una piccola ricerca da lui effettuata su 1000 dei contenuti ospitati sulla Baia. Con il risultato che oltre l’80 per cento di quanto viene scambiato sul tracker di TPB pare non essere protetto da diritto d’autore: tanto per fare un esempio, ha spiegato, la percentuale di materiale messo a disposizione al di fuori dei canoni di legge su piattaforme come YouTube è di gran lunga superiore.
Ma il momento più critico, numeri a parte, è stato quello in cui tra Sunde e Roswall sono iniziate a scoccare vere e proprie scintille: il legale dell’accusa ha chiesto a Peter cosa pensasse del copyright, e quest’ultimo gli ha a sua volta chiesto se si trattasse di una domanda tecnica o politica. Il rifiuto di Roswall di discutere eventuali retroscena del caso che ha portato i quattro fondatori della Baia in tribunale ha trovato risposta in un lungo discorso di Sunde sulle possibili implicazioni di diritto d’autore sui contenuti multimediali.
Non è stato soltanto Sunde ad essere messo sotto torchio. Prima di lui, Roswall aveva lungamente interrogato Fredrik Neij – considerato il capo delle operazioni di TPB – che ha negato fermamente di essere il responsabile del sito: davanti al contrariato team dei legali dell’accusa ha spiegato che la Baia è un organismo sviluppato orizzontalmente, da chiunque abbia voglia di farlo e senza alcun tipo di ritorno economico. Come Sunde, anche lui ha dichiarato di non essere diventato ricco e di non aver mai pensato di fare soldi con questo sito.
Lui, come pure Gottfrid Svartholm Warg (terzo imputato assieme al quarto, l’imprenditore Carl Lundström) ha descritto per filo e per segno il suo ruolo all’interno di TPB, ruolo che ha assunto solo per il gusto della sfida a tenere in piedi un sito di quelle dimensioni. I contratti firmati e i discorsi tenuti, ha detto, non li ha letti e non li ha scritti: per lui esiste solo il sito, e la capacità che un buon admin deve avere per tenerlo in piedi.
Alla fine è stato anche il turno di Lundström, del Partito Pirata Svedese, imprenditore e autentico convitato di pietra del processo per via del suo pressoché nullo coinvolgimento con le attività della Baia: ha dovuto spiegare perché cinque anni fa aveva regalato due server e un po’ di banda ad una coppia di ragazzi che puntavano a creare un sito web pieno zeppo di file torrent. Regalo che, ha chiarito Lundström, era stato elargito nella speranza della crescita del sito (a cui avrebbe venduto spazio in farm e banda): insomma, un investimento su eventuali ricavi futuri.
Insomma, a TPB (e ai quattro accusati portati alla sbarra) preme stabilire che la Baia altro non è che un servizio messo a disposizione di tutti, e che non è che navighi esattamente nell’oro. Al contrario, per l’accusa si tratta di un business miliardario. È passata appena una settimana dall’inizio del dibattimento: le udienze rincominceranno solo martedì, fino ad allora converrà restare col fiato sospeso e aspettare. Da Peter Sunde comunque è arrivato un invito: basta defacement e attacchi ai siti per sostenere TPB: la mossa rischia di trasformarsi in un vero e proprio boomerang di immagine.
di Luca Annunziata da PuntoInformatico

L’Italia vuole intercettare le telefonate via Skype

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È notizia di oggi che il Ministero dell’Interno ha organizzato un gruppo di lavoro per studiare la possibilità di intercettare le comunicazioni via Skype:
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha costituito un apposito Gruppo di lavoro formato da rappresentanti del Dipartimento della Pubblica Sicurezza, dalla Polizia di Stato, Carabinieri, Guardia di Finanza e dal Consiglio Nazionale delle Ricerche, che ha l’obiettivo di ricercare soluzioni tecnologiche e normative per rendere fruibili ai fini investigativi e giudiziari le intercettazioni telematiche effettuate sulle conversazioni Voip che utilizzano il software prodotto da Skype.
La parte che mi preoccupa maggiormente è il riferimento a soluzioni “normative”. Finiremo come in Cina, dove Skype viene distribuito in versione “intercettabile” dalle autorità?
tratto da SicurezzaInformatica.it

Sicurezza, SSL sui carboni ardenti

Dopo gli attacchi del 2007 e quelli dell’anno scorso, il protocollo Secure Socket Layer finisce ancora una volta sulla graticola per la sua incapacità di tenere fede alle promesse, vale a dire la cifratura sicura e a prova di hacker del traffico http(s) in transito tra client e server. Presenziando alla conferenza Black Hat a Washington, un hacker noto come “Moxie Marlinspike” ha mostrato un tool in grado di camuffare come gestito tramite SSL un sito che in realtà non lo è.
Il capace smanettone ha sviluppato SSLstrip, strumento che si prende appunto cura di vanificare gli sforzi di sicurezza del protocollo SSL, e funziona soprattutto grazie al fatto che in realtà, quando si lavora con la maggioranza dei siti che nell’indirizzo di dominio includono la dicitura “HTTPS”, non tutto il codice trasferito viene cifrato e protetto.
Entro queste maglie di insicurezza annidate nella falsa sicurezza di una pagina https si annida il diavolo dell’ennesima vulnerabilità scovata in SSL, grazie alla quale SSLstrip è in grado di sfruttare le reti Wi-Fi pubbliche, le tecnologie PET o “anomizzatrici” come la rete a cipolla di TOR e comunque tutti quei network in cui è possibile condurre un attacco di tipo man-in-the-middle per tramutare le pagine che normalmente sarebbero cifrate in altre che non lo sono affatto, continuando nel contempo a presentare una connessione apparentemente protetta.
“L’attacco, per quel che ne so, è decisamente innovativo, intrigante” ha dichiarato l’esperto Dan Kaminsky, secondo la cui opinione “il messaggio più importante lanciato dal talk di Moxie è quello che un mucchio di persone stanno già discutendo da un po’ di anni a questa parte: questa cosa dell’SSL non sta funzionando per niente bene”.
I trucchi adottati da SSLstrip vengono dispiegati in fasi successive tra loro: prima di tutto, il tool usa un proxy sulla LAN locale che contenga un certificato SSL valido, visualizzando nella barra degli indirizzi del browser il prefisso “HTTPS”. In secondo luogo, il software usa una tecnica omografica per creare una URL lunga contenente una serie di segni di interpunzione slash (“/”) fasulli.
Il risultato finale è che la pagina “sembra” qualcosa come “https//gmail.com”, ma in realtà può essere di tutto e magari anche una pagina di phishing da cui i soliti noti possono carpire ogni genere di credenziali d’accesso per abusarne a scopo di lucro. Lo smanettone Marlinspike ha appunto dimostrato il funzionamento di SSLstrip sul network di navigazione anonima di TOR riuscendo, nel giro di 24 ore, a carpire qualcosa come 254 password per ogni genere di servizio web inclusi i soliti noti (Yahoo!, Gmail, LinkedIn e persino PayPal).
Anche senza l’utilizzo di un proxy per camuffare l’indirizzo reale (e quindi senza il suffisso “HTTPS” nell’URL), gli utenti sono stati regolarmente turlupinati dalla tecnica di Marlinspike. SSLstrip è stato sperimentato con Firefox e Safari, ma l’hacker si dice convinto del fatto che nemmeno Internet Explorer si salverebbe dalla vulnerabilità.
Una vulnerabilità che, ancora una volta, risulta strutturale e dà ulteriore fiato alle voci che spingono per un’implementazione maggiormente stringente della validazione SSL del codice di una pagina web. Nel frattempo Marlinspike rallegra la platea sostenendo che la falla può essere sfruttata anche in altri modi che per il momento si tiene per sè.
di Alfonso Maruccia tratto da PuntoInformatico

Kaspersky vittima di un hacker

kaspersky_icon_by_jvsamonte2Kaspersky è un marchio storico della sicurezza informatica e antivirale, un marchio da sempre sinonimo di garanzia quando si tratta di lasciare i virus (allora) e i malware (oggi) fuori dalla porta. Ma Kaspersky è apparentemente anche un po’ sfortunata quando si tratta di finire vittima delle scorribande di hacker e specialisti del dafacement dei siti web, tornati a colpire nei giorni scorsi prendendo di mira il database online del dominio usa.kaspersky.com.
L’attacco, a opera di tale “unu”, è una classica compromissione di tipo, definita tra l’altro particolarmente facile da portare a segno: “Basta alterare uno dei parametri” da passare all’URL composito, scrive unu su HackersBlog, “per avere accesso a TUTTO: utenti, attivazioni, codici, lista dei bug, admin, e-store, eccetera”.
Si sarebbe insomma trattato di una falla critica, confermano gli esperti, potenzialmente capace di portare al “dump” dell’intero contenuto delle tabelle del database con tanto di informazioni sensibili sulla vasta base di utenza di Kaspersky nel Nordamerica, dei codici di attivazione e di tutto il resto: informazioni potenzialmente utilizzabili per mettere a repentaglio la sicurezza degli internauti oppure mettere in circolazione nell’underground telematico un gran numero di chiavi di attivazione per i software di sicurezza sviluppati dalla società russa.
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Finito l’attacco informatico, attorno al marchio Kaspersky è iniziato quello dei media: il sito Zone-h’s archive conta ben 36 compromissioni del network internazionale di Kaspersky dal 2000 a oggi. Nel caso in oggetto, la risposta della security enterprise russa si è fatta attendere 24 ore, concretizzandosi alla fine in uno stringato comunicato teso a minimizzare l’accaduto parlando di una pronta reazione del team anti-hacking nell’arco di mezz’ora dalla “scoperta” della falla.
L’hacker unu propone invece una versione diversa: stando a quato sostiene, il suo “outing” sull’esistenza del problema é seguito al tentativo, infruttuoso, di contattare direttamente Kaspersky. La vulnerabilità da SQL injection ha riposato giorni prima che qualcuno ci mettesse le mani sopra, e in tal senso solo l’etica hacker da “full disclosure” di unu avrebbe evitato che le informazioni compromesse finissero nelle mani di malintenzionati e cyber-criminali.
di Alfonso Maruccia tratto da PuntoInformatico

Corsi di sicurezza applicata by MindedSecurity

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La Minded Security è una SRL che si occupa di sicurezza informatica e più precisamente sicurezza delle WebApps.
Nel calendario 2008-2009 è presente la lista dei corsi e delle conferenze che tengono (per lo piu’ a pagamento, circa 600,00Euro a persona), rivolti per lo più a:

  • security manager
  • auditor
  • responsabili di processi di sviluppo
  • sviluppatori
  • security specialist
  • security architect
  • architetti del software
  • project manager

L’unico evento gratuito, rivolto ai clienti MindedSecurity, è il Minded Security Workshop che si terrà

  • Lunedi’ 11 Maggio, 2009 (11/5/2009) a Milano
  • Lunedi’ 18 Maggio, 2009 (18/5/2009) a Roma

Il programma dell’evento è il seguente:

  • 9.30-10 Registrazione partecipanti, colazione di benvenuto
  • 10.00-10.30: Matteo Meucci CEO Minded Security: “Presentazione dei servizi consulenziali di Minded Security per la sicurezza applicativa”
  • “Case-study di attività di creazione di un ciclo di vita del software presso importanti realtà nazionali
  • 10.30-11.00: Stefano di Paola CTO Minded Security: “La ricerca come punto di partenza per le attività consulenziali
  • “Case-study di attività di Code Review
  • 11.00-11.30: Giorgio Fedon COO Minded Security: “Le maggiori problematiche applicative per le aziende e l’approccio di Minded Security: dal training alla verifica di sicurezza delle applicazioni”
  • “Case-study di Web Application Testing”
  • 11.30-12.00 Domande e dibattito con i partecipanti dell’incontro.

Conferenza sulla sicurezza delle WebApps

owasp

Il 23 Febbraio 2009 a Bari si terrà una conferenza tenuta dalla OWASP che verterà sulla sicurezza delle Web Applications.
Di seguito il programma completo della giornata (In inglese):

8:30h Registration
9.00h “Welcome and opening of the works”
Prof. Giuseppe Visaggio – Università di Bari – Presidente del Centro di Competenza ICT-Puglia
9.20h “Introduction to the OWASP-Day III”
Matteo Meucci – OWASP-Italy Chair, CEO Minded Security
09.45h “Trusted Computing: tecnologia ed applicazione alla protezione del web”
Prof. Antonio Lioy – Politecnico di Torino
10.30h Coffe break
11.00h “L’implementazione di un modello di sicurezza in ambito bancario: l’esperienza di ABN AMRO”
Manuele Cavallari – Responsabile IT Security Office – Consorzio Operativo Gruppo MPS
11.30h “Analisi forense dopo un cyber attack”
Ass. Davide Gabrini – Analista forense presso il Compartimento Polizia Postale e delle Comunicazioni di Milano
12.15h “A Software Security Maturity Model”
Brian Chess – Chief Scientist at Fortify Software
13.00h Business Lunch
14.00h “Http Parameter Injection”
Stefano Di Paola – CTO Minded Security
14.30h “SHIELDS: metrics, tools and Internet services to improve security in application developments”
Domenico Rotondi, Alessandra Bagnato, Eva Coscia, Cinzia Rubattino – TXT e-solutions Spa
15.00h “Secure Code Review: dalla teoria alla pratica”
Antonio Parata – Security Consultant Emaze
15.30h Coffe break
16.00h “Automatic Generation of Test Cases for Web Application Security: a Software Engineering Perspective”
Prof. Corrado Aaron Visaggio – Università del Sannio
16.30h “Harden your Java Components!”
Pierre Parrend – SE FZI Karlsruhe
17:00h Round table:“La ricerca nella Web Application Security, qual’ è lo stato dell’arte? Quali progetti/iniziative per aiutare le aziende a creare applicazioni più sicure e a difendersi da nuove forme di attacchi? Cosa sta facendo l’Università in tal senso? Quanto sono vicini il mondo aziendale al mondo accademico?”Panelist: Danilo Caivano – Università di Bari, Corrado Aaron Visaggio – Università del Sannio, Giorgio Fedon – COO Minded Security, Mauro Bregolin – KimaKeynote: Matteo Meucci

Un altro importante evento tutto Made in Italy.
Per chi non lo sapesse la OWASP (The Open Web Application Security Project) è un team di ITALIANI impegnati in tutto il mondo con conferenze e ricerche.
Supportati da IBM, AICA, polizia postale, e varie università italiane svolgono il loro lavoro dal 2005 (data di fondazione del team).

Bravi ragazzi, continuate così!

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